changes cAMee venerdì, 09 maggio 2008
commenti (2) / tag: un modo che non cè
Io dico: non si può passare dall'oro al silver plate.
Io dico: non si può passare dall'oro al silver plate.
Ha ancora la vena gonfia di dolore dopo due anni. Mostra alle telecamera il cellulare, c’è ancora il numero della figlia che le hanno ammazzato. Dice che ogni tanto ancora prova a digitare quel numero, e la voce meccanica le risponde l’utente selezionato non esiste più.
Penso a quanto si assomiglino le persone nel dolore. Si aggrappano. Penso che alcuni dolori sono così grandi e unici che diventano universali.
Solo per non lasciare tutto così, che scrivo. Per dare un segno. Per dire ciao sto bene. Cazzo se sto bene. C’è la casa che dovreste vederla, è una meraviglia. Bianca bianca. Ma anche verde e gialla e viola. C’è lui che dovreste vederlo, è una meraviglia. Non proprio bianco ma con belle sfumature.
A volte di notte cerco di non pensare che è proprio quando tutto è perfetto, che si cade. Quando si è in alto in alto, che ci si schianta. Che la vita è quella che succede in mezzo ai progetti. Io sinceramente spero di no. Io sinceramente spero di non schiantarmi mai più.

Non è la partenza. So che vai a stare bene, col mare tuo davanti che sempre accoglie chi ritorna. So che sarai felice, col sole caldo nelle radici. È ciò che si chiude che mi fa un po’ triste. Questi 5 anni che io t’ho visto sempre. Lezioni, ore buttate, ore sudate, ore a giocare. Sogni realizzati, delusioni, oro e fango. Risate quante?
È ciò che si chiude, che non sarà più, a farmi paura. E la distanza pure. Le amicizie non si perdono in mezzo ai chilometri me lo ripeto da ieri per non piangere me lo ripeto mordendomi il labbro e pensando a quel sole a quel mare a te che ti riprendi vita e tempo, che respiri al ritmo giusto che non è certo quello di roma e che scegli solo le cose importanti. Faccio che ci credo. Faccio che ti seguo sempre col pensiero mentre sei nella tua puglia occupato a esser felice. Che la vita sia meravigliosa con te, amico mio.

Io possederla non potrò mai. Troppo grande, troppo piena. Troppo immensa.
La prima sensazione stavolta è stata un malessere diffuso che s’è fatto all’improvviso inadeguatezza. Che cazzo ci facevo lì, io che non riconoscevo una strada, un colore. M’è venuto un mal di pancia. Che poi dovevo essere quella forte, l’esperta, io che la grande mela l’avevo già assaggiata ma invece ora mi stava mangiando. Poi piano piano ho cercato negli angoli al solito mio, e lì mi son salvata. Lo starbucks dentro casa, il mio negozio preferito, harlem, little italy in the bronx, il west village.
Quel signore, quel signore me lo ricordo. Mangiava qui da Amelia’s tutte le mattine, ho la foto a casa, è lui, non ha smesso. Oddio francesco mio, è lui.
E poi il Waverly Restaurant santo santo santo waverly. Ci avremo mangiato si e no tutte le sere. Aveva un menu che non finiva mai e un’atmosfera che una volta respirata non te la scordi per la vita. Il caposala gentile chissà come si chiama non gliel’abbiamo chiesto che veniva dall’India e dava ordini in spagnolo al resto del personale, messicano. I divanetti comodi, e quell'odore.
Mi manca così tanto che ieri in pizzeria ho sperato che il cameriere napoletano diventasse scuro a un tratto e si trasformasse nell'indiano gentile, e muovendo la testa mi chiedesse come al solito: coca-cola ma’am?
Più dei libri vecchi mi piace l'odore dei libri nuovi. E più delle parole dolci che certo suonan bene ma son bianche e non s'imprimono mi piace scrivere quando fa male, con le parole come tagli sul foglio e di riflesso negli occhi, senza logica e solo nero a fottere. L'attesa più dell'arrivo ma anche lo zucchero più del caffè. E gli angoli più degli spazi, perché è tutto più intimo e lì non puoi perderti.
Quando piove e non ti bagni c’è da preoccuparsi. Quando piove e non lo senti.
La nostra casa sarà bianca perlopiù e dalle tende passerà la luce. Ci sarà un frullatore perché quello ci fa sentire ricchi e a me piacerà stare sul divano, nell’angolo dove la piega diventa viva.
Mi sta bene addosso, la quotidianità. Tornare e sapere già di trovarlo disordinato nella stanza con un bacio pronto come una caramella da scartare, il computer acceso, i vestiti appallottolati sul letto. Chiudersi la porta alle spalle, litigare per finta sul film della sera mentre al buio mangiamo un gelato che è freddo, e puoi scommetterci, è cioccolato e pistacchio. Addormentarmi coi grattini in testa e quella frase che arriva sempre quando sto già dormendo, che mi spiazza ogni volta, a cui rispondo con gli occhi chiusi ma non con l’enfasi che vorrei. Svegliarmi ogni tanto per controllargli il respiro, guardarlo nei riflessi della notte argentina. Aprire gli occhi e salutarlo per poi rivederlo e giocare di nuovo e così via non c’è niente che io voglia cambiare.

Oggi ho visto il regalo che voglio. Il regalo che il mio uomo deve regalarmi.
Ho preso il cellulare e gli ho scritto che ho trovato IL regalo della mia vita su un sito bruttissimo che ha un'infinità di oggetti, e lui deve trovarlo senza ricevere alcuna indicazione né aiuto. Se ci fosse riuscito, allora l'avrei sposato.
Lui mi ha risposto in un modo che basterebbe a sposarlo, e cioè che è il messaggio più femminile che abbia mai ricevuto in vita sua.
E ha accettato la sfida.
(tutto questo mi ricorda uno dei miei film preferiti. In Ritorno ad Oz, Dorothy deve scegliere tre oggetti giusti tra migliaia per salvare i suoi amici).
Attendo con ansia il pacchetto.
Dammi 3 mesi e vedi che torno. Con occhi più preparati per guardarti meglio, puttana.
Dammi 3 mesi e vedi che ti prendo, ti giro intorno e giochiamo, bambina.
E già lo so che resterò intrappolata anche stavolta nelle tue reti, sirena del cazzo.
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