Ti prego non smettere. Di spargerti ovunque, di sollevarti leggera, di portarmi a spasso tra le mani tue. Ti prego non smettere. Di leccarmi le ferite, di succhiare via lo sporco dentro i tagli miei. Ti prego. Non smettere le notti di cullarmi tra le braccia e intona gli incubi a una nota che assomigli al sogno. Fermati sul La. La nota perfetta, la nota mia. Che sia tu nella goccia che esplode, nel centro dell'apocalisse, nel nero. Che sia tu nel silenzio, nel respiro di mia madre, nel bianco dell'occhio. Nel sax di augusto nel gospel di andrea nella voce di manuel nelle rime di f. nei cori di inna nel piano di ani. Non smettere, musica.

Sarebbe divertente sapere chi mi legge così assiduamente da Garlasco, in Lombardia. Roba di 100 visite in una settimana. Pensate che un giorno ha toccato quota 23 visite in 24 ore. Meno male che c'ha fastweb.
Era scomparsa a contarsi le dita. Me lo dice come fosse la cosa più naturale del mondo, dopo che ho passato giorni dentro squilli lunghi e vuoti e chilometri di etere con destinazione signorina vodafone. Non lo fa spesso. Quando fuori piove diverso, quando si ustiona l'indice per sentire l'acqua calda del tè e quando sente perdere un pezzo all'improvviso.
«Ero a contarmi le dita».
Roba da ammazzarla. E amarla senza compromessi.
Immaginatevi il gesto fisico. Vi guardate le mani, le unghie, le pellicine, le nocche screpolate e con l'indice di una mano, la destra, iniziate a contare. Unopollicesinistro, dueindice, tremedio, quattroanulare – fremito – cinque, cinquemignolo. E così con l'altra mano.
«Ci ho messo di più perché sembrava ne mancasse uno. Ho fame. La vuoi una piadina?».
Accende il fuoco veloce e insieme al prosciutto dal frigo tira fuori la storia delle mani brutte, che le sue le vorrebbe più lisce. Io la guardo attento e le rispondo che le mani lisce sono quelle che hanno vissuto piano allora lei sorride perchè sa quale sarà la mia battuta successiva. È la citazione di un poeta che visse la comune di Parigi, e recita più o meno "amo le mani di donne che costruiscono barricate".
Ma la barricate siano solo tra noi e l'esterno, d'ora in poi.
Scende una neve sottile sottile.
Sipario.
Non amo parlare male dei libri. A parte quelli di Melissa P.
Eppure l'ultimo di Ammaniti non mi ha convinto. Chi non conosce l'autore - italiano, romano, vivente (e questo vi assicuro basta a scoraggiare due delle persone che ho più a cuore) - deve sapere che è quello che scrive il racconto a puntate su rolling stones e che è riconosciuto come uno scrittore pulp che ama i dettagli splatter. Tra i suoi piccoli capolavori io ci metto un racconto di "Fango",e "Ti prendo e ti porto via". È suo anche "Io non ho paura", fortunato libro da cui è stato tratto un film che vi giuro è identico al libro, non più brutto come di solito succede. I-den-ti-co.
Mentre leggevo Come Dio Comanda e leggevo di Cristiano Zena, il ragazzino protagonista, pensavo pure a Pietro Moroni, che però stava nell'altro libro. Mi sembrava un nuovo episodio di un romanzo già concluso perfettamente, un romanzo che prima ti sorride e poi ti prende e ti appallattola lo stomaco con una semplice leggerissima lettera (ti prendo e ti porto via). Qui la ricetta funziona meno. Forse perché troppo simile.
Troviamo di nuovo un ragazzino smunto, botte violente che fanno male, qualche colpo di pallottola, una provincia squallida che non offre nulla, e personaggi più o meno interessanti. La storia è ben costruita, su questo non c'è dubbio, Ammaniti è sempre bravo a raccontare storie parallele che ricompone poi in un unico e tragico quadretto finale.
Ecco, questo è un altro problema. Che stavolta manca pure il finale.
La storia sale, sale, e l'epilogo ti lascia con un amaro in bocca che non è l'amaro in bocca del capodanno di Fango o della cazzo di lettera di Moroni. E' un amaro in bocca lasciato da una fine che rende il libro monco e ferito. Proprio come i suoi personaggi.