Quando si è giovani, l'indifferenza più arida, le porcate più ciniche, si arriva a trovargli la scusa del capriccio passionale e chissà quale segno di romanticismo inesperto. Ma più tardi, quando la vita vi ha mostrato per bene tutto quello che può esigere in cautela, crudeltà, malizia soltanto per essere mantenuta bene o male a 37°, ti rendi conto, sei informato, hai le carte in regola per capire tutte le stronzate che contiene un passato.
Ogni volta che lo rileggo penso che se dio scrive, scrive proprio come lui.
Io dico: non si può passare dall'oro al silver plate.
Ha ancora la vena gonfia di dolore dopo due anni. Mostra alle telecamera il cellulare, c’è ancora il numero della figlia che le hanno ammazzato. Dice che ogni tanto ancora prova a digitare quel numero, e la voce meccanica le risponde l’utente selezionato non esiste più.
Penso a quanto si assomiglino le persone nel dolore. Si aggrappano. Penso che alcuni dolori sono così grandi e unici che diventano universali.

Me lo ricordo come fosse ieri il giorno in cui ha posato le gommose sul tavolo. Gusto fragola, grandi e rotonde. Sapeva benissimo che non le avrei mangiate, eppure le ha messe lì con l'ostinazione di una mamma che ti vuol curare, e cazzo, trovatemi qualcosa di più ostinato al mondo di una mamma che ti vuol curare. Ha spostato un po' le tende, cambiato l'acqua ai fiori, smistato la posta. Ha iniziato a impararmi a memoria nonostante fossi una sconosciuta.
Si è presa in grembo una parola alla volta e tutte insieme perché non c'era tempo. Un urlo alla volta e tutti insieme perché non c'era compromesso.
Lei. Ha soffiato via il sole quando serviva neve. Ha aspettato e sperato con me. Ha grattato via il ghiaccio quando i germogli sotto spingevan per uscire. E non credo nessun grazie basterà mai. Né in mezzo ai chilometri né occhi negli occhi. Nessun grazie, basterà mai.
(foto: ilaria /http://www.fotolog.com/airali_bcn)
Non mi è successo spesso, quasi mai a dire il vero. Forse una sola volta a febbraio. Però può capitare di voler restare in ufficio fino a tardi perché non si ha una casa dove tornare. O meglio, non è la casa dove si vorrebbe tornare.
Vorrei poter vedere in fondo e sapere che andrà tutto bene.
Certe volte te n’accorgi, non c’è modo.
Puoi solo attendere. Che alcuni spigoli si smussino, per poi diventare innocui.
E se quegli spigoli intanto si conficcano nella carne? Sempre nello stesso punto?
Finisce che piangi. E qualcuno pensa siano capricci.
Finisce che ti impunti. E ti metti a indicare quello spigolo mille e mille volte, come se il calore dell’indice servisse a scioglierli.
E non arrivano scuse perché gli spigoli non chiedono scusa mai.
E io sono stanca stanca di sentirmi le lacrime dietro gli occhi sempre.