Quando si è giovani, l'indifferenza più arida, le porcate più ciniche, si arriva a trovargli la scusa del capriccio passionale e chissà quale segno di romanticismo inesperto. Ma più tardi, quando la vita vi ha mostrato per bene tutto quello che può esigere in cautela, crudeltà, malizia soltanto per essere mantenuta bene o male a 37°, ti rendi conto, sei informato, hai le carte in regola per capire tutte le stronzate che contiene un passato.
Ogni volta che lo rileggo penso che se dio scrive, scrive proprio come lui.
Non amo parlare male dei libri. A parte quelli di Melissa P.
Eppure l'ultimo di Ammaniti non mi ha convinto. Chi non conosce l'autore - italiano, romano, vivente (e questo vi assicuro basta a scoraggiare due delle persone che ho più a cuore) - deve sapere che è quello che scrive il racconto a puntate su rolling stones e che è riconosciuto come uno scrittore pulp che ama i dettagli splatter. Tra i suoi piccoli capolavori io ci metto un racconto di "Fango",e "Ti prendo e ti porto via". È suo anche "Io non ho paura", fortunato libro da cui è stato tratto un film che vi giuro è identico al libro, non più brutto come di solito succede. I-den-ti-co.
Mentre leggevo Come Dio Comanda e leggevo di Cristiano Zena, il ragazzino protagonista, pensavo pure a Pietro Moroni, che però stava nell'altro libro. Mi sembrava un nuovo episodio di un romanzo già concluso perfettamente, un romanzo che prima ti sorride e poi ti prende e ti appallattola lo stomaco con una semplice leggerissima lettera (ti prendo e ti porto via). Qui la ricetta funziona meno. Forse perché troppo simile.
Troviamo di nuovo un ragazzino smunto, botte violente che fanno male, qualche colpo di pallottola, una provincia squallida che non offre nulla, e personaggi più o meno interessanti. La storia è ben costruita, su questo non c'è dubbio, Ammaniti è sempre bravo a raccontare storie parallele che ricompone poi in un unico e tragico quadretto finale.
Ecco, questo è un altro problema. Che stavolta manca pure il finale.
La storia sale, sale, e l'epilogo ti lascia con un amaro in bocca che non è l'amaro in bocca del capodanno di Fango o della cazzo di lettera di Moroni. E' un amaro in bocca lasciato da una fine che rende il libro monco e ferito. Proprio come i suoi personaggi.
È l'umore di chi la guarda che dà alla città di Zemrude la sua forma. Se ci passi fischiettando, a naso librato dietro al fischio, la conoscerai di sotto in su: davanzali, tende che sventolano, zampilli. Se ci cammini col mento sul petto, con le unghie ficcate nelle palme, i tuoi sguardi s'impiglieranno raso terra, nei rigagnoli, i tombini, le resche di pesce, la cartaccia. Non puoi dire che un aspetto della città sia piú vero dell'altro, però della Zemrude d'in su senti parlare sopratutto da chi se la ricorda affondando nella Zemrude d'in giù, percorrendo tutti i giorni gli stessi tratti di strada e ritrovando al mattino il malumore del giorno prima incrostato a piè dei muri. Per tutti presto o tardi viene il giorno in cui abbassiamo lo sguardo lungo i tubi delle grondaie e non riusciamo piú a staccarlo dal selciato. Il caso inverso non è escluso, ma è piú raro: perciò continuiamo a girare per le vie di Zemrude con gli occhi che ormai scavano sotto alle cantine, alle fondamenta, ai pozzi.
Italo Calvino - Le città invisibili
Ora dirò della città di Zenobia che ha questo di mirabile: benché posta su terreno asciutto essa sorge su altissime palafitte, e le case sono di bambù e di zinco, con molti ballatoi e balconi, poste a diversa altezza, su trampoli che si scavalcano l'un l'altro, collegate da scale a pioli e marciapiedi pensili, sormontate da belvederi coperti da tettoie a cono, barili di serbatoi d'acqua, girandole marcavento, e ne sporgono carrucole, lenze e gru. Quale bisogno o comandamento o desiderio abbia spinto i fondatori di Zenobia a dare questa forma alla loro città, non si ricorda, e perciò non si può dire se esso sia stato soddisfatto dalla città quale noi oggi la vediamo, cresciuta forse per sovrapposizioni successive dal primo e ormai indecifrabile disegno. Ma quel che è certo è che chi abita Zenobia e gli si chiede di descrivere come lui vedrebbe la vita felice, è sempre una città come Zenobia che egli immagina, con le sue palafitte e le sue scale sospese, una Zenobia forse tutta diversa, sventolante di stendardi e di nastri, ma ricavata sempre combinando elementi di quel primo modello. Detto questo, è inutile stabilire se Zenobia sia da classificare tra le città felici o tra quelle infelici. Non è in queste due specie che ha senso dividere le città, ma in altre due: quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati.
Italo Calvino - Le città invisibili
In Olanda far rimbalzare i sassi sull'acqua si dice Plimpplamppletteren.
In Cile invece c'è un termine per descrivere "lo sguardo di desiderio tra due persone che sanno dove vogliono arrivare ma rifiutano entrambe di fare la prima mossa": mamihlapinatapei.
La storia dell'autostop in Islanda, invece, lascia un grande spazio all'immaginazione. Fare l'autostop nell'isola nordica si dice "Fara a puttanu". Un caso? Molto probabile. Però sempre di persone che attendono sul ciglio della strada si tratta, e qualche italiano emigrato in islanda ci dovrà pur essere stato.
potete trovarne altre in: Adam Jacot de Boinod - Il senso del tingo, le parole più pazze, curiose e divertenti del mondo. Rizzoli, 2006.
John Fante non è un autore contemporaneo per il semplice fatto che è già morto, però è anche contemporaneo perché molto fresco, attuale.
Fante non te lo insegnano a scuola, di solito lo si impara grazie a qualche fortuito passaparola.
Fante è uno di quegli autori che una volta scoperto entra nella fatidica lista de “gli autori che leggiâ€, che è una lista utile vista la fatidica domanda “e quali sono i tuoi autori preferiti?†che prima o poi capita a tutti nella vita. Se dici Fante fai bella figura uno perché lo conoscono meno persone di quelle che pensi, due perché non è uno di quegli scrittori pallosi e difficilissimi che se li nomini pare che ti stai dando le arie. E poi puoi anche aggiungere che Fante è il maestro di Bukowski.
Fante è nato nel Colorado ma il papà era un abruzzese emigrato e io mi chiedo come abbia fatto il figlio a vivere senza assaggiare i salamini abruzzesi, quelli fatti a salsiccette. Forse è per quello che ha scritto tanti libri e storie, per non pensare ai salamini. Il libro più famoso di Fante è "chiedi alla polvere", che secondo me è una storiella carina però non eccezionale come dicono tutti. Di bello ha: la protagonista che si chiama Camilla come me, il bar dove lavora quella che si chiama Camilla come me, la macchina di Bandini e un paio di altre cose che non mi ricordo bene, però di certo tra queste c’è pure un cagnetto peloso. Di brutto ha: il fatto che ai personaggi dei libri non puoi dare gli schiaffi, perché io a quella che ha il nome come me l’avrei ammazzata di botte.
Fante viene da una famiglia molto cattolica, quello lo sentirerete in tutti i suoi libri. Secondo me il padre era pure un po’ violento, perché anche quello ritorna sempre nei suoi libri. Io ora sto leggendo "La confraternita dell’uva" ma non è che mi ispira molto. Il mio preferito è “aspetta primavera bandiniâ€. Di bello ha: la dedica di anna in prima pagina. Di bello ha: la neve, neve a fottere che così tanta non ne vedrete mai. L’amore che corre nelle pagine e nelle vene di Maria. La speranza, dio quanta ce n'è. E un po’ di cose che non mi ricordo ma che dentro hanno lasciato un segno.
«No» lui ha detto. «I miei fantasmi non sono là».
(Tu hai dei fantasmi?)
(Sicuro che ho dei fantasmi.)
(E come sono i tuoi fantasmi?)
(Sono dentro le palpebre dei miei occhi.)
(È lo stesso posto dove abitano i miei fantasmi.)
(Tu hai dei fantasmi?)
(Sicuro che ho dei fantasmi.)
(Ma tu sei un bambino.)
(Ma tu non hai conosciuto l’amore.)
(Questi sono i miei fantasmi, gli spazi nel mezzo dell’amore.)
J. Safran Foer - Ogni cosa è illuminata